
L’astrofotografia Deep Sky
L’astrofotografia deep sky comprende tutti gli oggetti celesti ad esclusione dei pianeti del Sistema Solare, la Luna e il Sole; stiamo quindi parlando principalmente di ammassi stellari (globulari o aperti), nebulose e galassie.
In questo ramo di astrofotografia si fotografano oggetti che spesso hanno una luminosità molto bassa e non sono visibili ad occhio nudo, quindi la difficoltà sta nel raccogliere una luce (segnale) tale da riuscire a farli comparire su una fotografia.
Prima di andare a vedere come si esegue questa tecnica andiamo a vedere la strumentazione essenziale necessaria:

· Montatura motorizzata: la montatura deve essere motorizzata, dimensionata al tubo e non essere caricata più di circa 2/3 della sua portata massima dichiarata.
· Telescopio adatto alla fotografia del profondo cielo: diametro maggiore possibile e rapporto focale più veloce possibile.
· Reflex/sensore di acquisizione: lo strumento che ci consentirà di eseguire effettivamente gli scatti.
Condizioni ambientali necessarie:
· Minor inquinamento luminoso possibile (il seeing incide poco rispetto a quanto incide nell’imaging planetario).
La tecnica standard più usata per fare astrofotografia deep sky consiste nello scattare molte foto a lunga posa (possono arrivare fino a diversi minuti) per poi sommarli con appositi software (DSS o PixInsight per citarne un paio) ed, infine, elaborare l’immagine finale ottenuta (tutto l’aspetto elaborativo che può avvenire tramite PixInsight, Photoshop e simili non lo tratteremo oggi).
Vediamo le tipologie di scatti che dobbiamo effettuare in una sessione astrofotografica: Light, Dark, Bias e Flat (vedi https://alessandrobiasia.wixsite.com/astrophotography/forum/guide-base/il-dizionario-dell-astrofilo):
· Light: i Light sono gli scatti che effettuiamo al nostro DSO (Deep Sky Object); come già detto, possono variare da una decina di secondi a più di 10 minuti se in possesso di una autoguida, e servono a fotografare effettivamente l’oggetto che vogliamo immortalare.
Maggiore è l’integrazione (il tempo totale netto che si è usato per fotografare il DSO) e meglio è.

· Dark: gli scatti Dark sono scatti fatti tenendo invariate le impostazioni dei Light, ma con la variante che viene messo il tappo sul telescopio.
Di questi scatti ne vanno fatti almeno una trentina o 1/3 del numero dei light, ma ci sono molte linee di pensiero.
In fase di somma delle foto, i Dark, verranno sottratti ai light in modo da togliere il rumore termico.
I Dark devono essere eseguiti durante la serata in cui si acquisisce o, almeno, nelle stesse condizioni climatiche.
· Bias: i Bias servono a togliere il rumore elettronico, per eseguirli bisogna mettere anche qui il tappo sul telescopio, tenere gli ISO utilizzati per i Light e impostare lo scatto più rapido possibile.
Anche in questo caso ne vanno fatti almeno una trentina o 1/3 del numero dei light.
· Flat: gli scatti flat vanno eseguiti posizionando sopra il tubo una luce omogenea, non forte.
L’utilità dei flat è che, venendo sottratti in fase di somma dei Light, eliminano la vignettatura e lo sporco sul sensore o sulle ottiche.
Anche di Flat ne vanno fatti almeno una trentina o 1/3 del numero dei light.
Una volta che abbiamo finito di acquisire i nostri scatti non ci resta che sommare/sottrarre le immagini fino a giungere ad una foto del genere:

Terminata l’elaborazione il risultato potrà essere simile a questo:

Variante delle pose brevi:
Una variante abbastanza recente per quanto riguarda l’astrofotografia Deep Sky consiste nell’utilizzare un sensore cmos normalmente utilizzato normalmente nella fotografia planetaria (ad esempio una ZWO ASI 224), invece di una reflex o un sensore dedicato per il Deep Sky, ed eseguire moltissime pose brevi (ad esempio 2 secondi).
Così facendo avremo una immagine più ricca di dettagli ma spesso un campo inquadrato più ristretto ed una immagine più piccola (le seguenti foto sono a scopo indicativo, sono state fatte con una QHY5L-II-C, decisamente meno performante di una ASI 224).



La fotografia a Campo Largo
La fotografia astronomica a campo largo si distingue dalla fotografia puramente deep sky, in quanto il soggetto delle foto non sarà, il più delle volte, un unico oggetto, ma una larga porzione di cielo.
La tecnica fotografica non cambia rispetto a quella dell’astrofotografia deep sky, la differenza sta nel setup: per fare la fotografia a largo campo ci servono focali corte, quindi, teleobiettivi o telescopi molto corti, indicativamente dai 500 mm in giù (a seconda di cosa si vuole fare si può usare anche un obiettivo da 15 mm).

Riassumendo: la fotografia a largo campo permette di fotografare porzioni di cielo maggiori, con più oggetti deep sky in una unica foto e la focale più corta è più comoda e permette esposizioni più lunghe, ma avremo meno dettagli dei singoli DSO.

Alessandro Biasia